La scorsa settimana mi sono concentrato su una lettura che si è rivelata davvero molto interessante: Discorso della servitù volontaria, del filosofo francese De La Boétie. In questo breve articoletto, vorrei portarvi all'attenzione alcuni punti che per me sono risultati rivoluzionari nella concezione della problematica sociale, nel rapporto esistente tra il tiranno e suoi sudditi.
De La Boétie compie una netta inversione rispetto alla concezione presente sulla problematica della schiavitù volontaria nella sua epoca. Da colpa del tiranno oppressore, si passa a compartecipazione degli oppressi alla loro stessa oppressione, come se questa dinamica crei un legame inscindibile di "sicurezza".
Egli ci fa semplicemente notare che esiste una volontà degli strati oppressi della società a farsi piegare da un tiranno, in quanto se solo gli oppressi volessero rovesciare il tiranno e recuperare ciò che più conta nella loro vita, ovvero la libertà, potrebbero farlo senza l'utilizzo della violenza. Secondo De La Boétie, basterebbe una reale presa di coscienza popolare sulla problematica del recupero delle libertà individuali e collettive, per non seguire più i dicktat imposti dall'alto da un tiranno che, in realtà crea la sua forza imponente semplicemente tramite la sudditanza di un popolo incapace di una presa reale di coscienza.
De La Boétie ci fa comprendere come sia incomprensibile una paura che crea sudditanza se a subirla non è una singola persona o un piccolo gruppetto di persone, ma villaggi interi, città, Stati, nei confronti di un singolo uomo.
Su quest'incapacità, il tiranno costruisce il suo sistema d'oppressione, talvolta con alcuni stratagemmi che non impongono violenza o privazioni, ma attraverso la distrazione di massa: eventi vari di divertimento, atti ad impegnare l'intelletto degli oppressi su aspetti del tutto secondari rispetto al problema della sudditanza al suo controllo.
Un'altra modalità fondamentale di controllo esercitata dall'oppressore, di fonda sulla voglia degli oppressi di crearsi, seppur all'interno di un sistema d'oppressione e tirannia, una sorta di condizione privilegiata di schiavitù. Tramite questa scelta, il tiranno riesce a crearsi dei supporti popolari alla sua condizione privilegiata.
Un passaggio decisamente interessante è dato dalla constatazione del filosofo sulla capacità di alcuni illuminati che, di fronte allo sfruttamento e all'oppressione subita dalla propria nazione, riescono a creare intorno a loro un movimento imponente, atto a una generale presa di coscienza della popolazione oppressa. Questi pochi casi, secondo De La Boétie, se mossi da un'intenzione buona e integra, riescono alla fine a raggiungere il loro scopo di liberazione, in quanto la lotta per la liberazione riesce a farsi largo da sé per farsi riconoscere tra gli oppressi.
Questo illuminante saggio di De La Boétie, pubblicato clandestinamente a partire dal 1576, possiamo trasportarlo ancora per comprendere le dinamiche attuali. Di fatto, egli è riuscito a comprendere le dinamiche più avanzate della pubblicità e della propaganda, che muove le folle alla ricerca di effimere soddisfazioni di bisogni del tutto costruiti ad arte dall'oppressore, che nulla hanno a che fare con il vero bisogno primario umano: la libertà.
Una lettura di questo tipo è assolutamente necessaria, per fare un salto ulteriore nella comprensione delle dinamiche relative alla perdita di sovranità che ci accompagna storicamente dal Fascismo in poi.
Tramite il Fascismo si ebbe la perdita di sovranità popolare avvenuta attraverso la trasformazione del nostro sistema istituzionale da democratico ad autoritario e, successivamente, dopo la liberazione dal nazifascismo, alcuni fatti ben conosciuti, ci hanno mostrato una non completa possibilità di accedere a scelte sui nostri interessi come Stato. Possiamo citare la morte di Mattei e Moro come avvisaglie nette di questa dinamica, che poi è di fatto peggiorata nel tempo con un controllo non solo sulle scelte politiche interne, ma sulle dinamiche economiche in cui ci siamo fatti imbrigliare tramite il "Divorzio 1981" tra Ministero del Tesoro e Banca d'Italia, Maastricht, l'Euro e gli ultimi trattati europei (Lisbona, MES, Fiscal Compact, Dublino III). Vorrei consigliarvi una lettura sulla sovranità italiana, molto molto interessante: Sovranità limitata 1978-2018.
Tizio fissa il cambio con Caio e Sempronio e adotta con essi una moneta unica. Tizio ha abolito il rischio di cambio nei confronti della moneta di Caio e Sempronio e può prestare soldi a Caio e Sempronio senza che essi possano svalutare la loro moneta, tirandogli la sola.
Ecco che, protetti dalla moneta unica i capitali di Tizio dal Centro si dirigono in periferia, per finanziare Caio, perché Caio offre rendimenti più alti. Caio è felice, ma Tizio di più. Caio è felice perché si può permettere finalmente di comprarsi i beni prodotti da Tizio che prima costavano troppo e ora sono più a buon mercato, e Tizio è felice perché con questa logica finanzia le esportazioni di prodotti del suo sistema industriale.
Caio cresce, ma il suo sistema privato si sta indebitando con Tizio. Importando troppi prodotti di Tizio il sistema di Caio si gretola. Tizio chiude i rubinetti del credito e Caio deve saldare con tanta austerità.
Se Tizio eccede troppo con i crediti al sistema di Caio, non c'è problema, perché arriva Sempronio, che nel mentre ha fatto saltare il suo governo via lettera banca centrale con l'imposizione di tante riforme liberiste e spread, e ha messo al suo posto un governo tecnico, che finanzia in parte il salvataggio delle banche di Tizio esposte eccessivamente ai debiti di Caio e impone al proprio sistema austerità e tagli ai diritti sociali, così da tagliare la domanda interna.
Il sistema produttivo di Sempronio deve quindi tagliare i salari per rimanere in competizione con il sistema di Tizio o, in alternativa, fare delocalizzazioni, deindustrializzando il proprio sistema. Intanto, il sistema di Tizio può permettersi di fare shopping nel sistema sia di Caio che di Sempronio, che privatizzano.
L'adozione di una moneta unica ha avvantaggiato Tizio o Caio e Sempronio? Ha avvantaggiato il capitalista del sistema di Tizio o l'operaio del sistema di Caio e Sempronio?
Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana è stato l'ultimo libro del mio 2017. Non posso definirlo con assoluta certezza il più toccante, ma esclusivamente per il fatto che, precedentemente ad esso, io abbia letto "Se questo è un uomo" e "La tregua", di Primo Levi. Applicare una scelta tra queste opere è davvero complesso.
Leggendo quest'opera ho notato un continuo richiamo all'amor di patria, e quindi all'orgoglio di essersi battuti fieramente per il futuro dell'Italia occupata. In tutte le ultime lettere inviate dai condannati, sento particolarmente vicina ai miei ideali quella inviata da un ragazzo di diciannove anni, Giacomo Ulivi. Giacomo si battè contro il nazifascismo, e fu catturato per tre volte. Nelle prime due esperienze, con grandissima tenacia, riuscì a scappare e, in un momento di libertà tra la seconda fuga e l'ultima cattura ad opera delle camicie nere, scrisse una lettera ai suoi amici. Non era una lettera d'addio, in quanto aveva appena riconquistato la libertà, e potè quindi proiettarsi verso il futuro, oltre il nazifascismo, verso la liberazione e la successiva ricostruzione della nostra società.
Il pensiero espresso da Giacomo nelle quattro pagine scritte è di un valore davvero altissimo. Mi chiedo cosa sarebbe potuto diventare all'interno della società post liberazione, se solo avesse avuto la possibilità di esserci materialmente.
Egli fece riferimenti alla ricostruzione, ma non tanto materiale. Infatti, prima di preoccuparsi di tutto quello che di materiale si sarebbe dovuto ricostruire, si preoccupò di porre l'accento su una ricostruzione dell'uomo, della società italiana. Un inizio assolutamente calzante, dato che si arrivava da un ventennio che aveva staccato la gente dalla politica. Il Fascismo, aveva dato l'idea che "la politica fosse lavoro di specialisti". Cito testualmente una serie di sue riflessioni:
- "Ci siamo fatti strappare tutto da una minoranza inadeguata, moralmente e intellettualmente";
- "Il brutto è che le parole e gli atti di quella minoranza hanno intaccato la posizione morale, la mentalità di molti di noi";
- "Oggi bisogna combattere contro l'oppressore. Ma è bene prepararsi a risolvere quei problemi in modo duraturo, e che eviti il risorgere di essi e il ripetersi di tutto quanto si è abbattuto su di noi".
Un appunto finale a questa riflessione.
Io, purtroppo, qualche collegamento storico lo trovo, e mi batto contro chi assoggetta, in qualsiasi forma. Oggi, inutile negarlo, la forma di controllo è cambiata, ma andando avanti su questa strada, l'insurrezione potrebbe essere gestita proprio da quelli che ritengono che sia la vecchia scuola la modalità giusta. Come ho ascoltato bene dall'economista Sapelli:<< Il contrario del liberalismo è mettere in una Costituzione la forma della politica economica. E' negare di fatto la democrazia. Noi l'abbiamo fatto, fino a scriverci che non dobbiamo fare debito pubblico. Siamo diventati pazzi>>. E ancora:<< Questo è figlio d'intellettuali cosmopoliti che non sanno cosa sia l'amor di patria >>.
A me, sinceramente, l'amor di patria resta ancora, e oggi viene strumentalizzato in negativo. Si fa un miscuglio intellettualmente ignorante, per far apparire l'amor di patria, come l'anticamera del nazionalismo. Ma non c'è nulla di più falso, e questo libro lo dimostra in maniera inequivocabile. Dei condannati a morte italiani, che lottavano contro il nazionalismo italiano e tedesco, che nell'ultima lettera alle famiglie, rivendicavano con fierezza il loro sacrificio sull'altare della patria.
Oggi, nel 2018, avere amor di patria significa battersi per fermare le limitazioni di sovranità a enti sovranazionali e, al contrario, rivendicare il recupero della sovranità perduta. Questo, per me e per molti altri cittadini, è la priorità in quanto laddove ci sarebbe dovuta essere una piena cooperazione tra gli Stati appartenenti all'Unione Europea, e specialmente all'Eurozona, si riscontra invece uno scontro tra diversi interessi nazionali, dove la più forte, lentamente, fagocita le altre realtà che le stanno intorno.
Allora all'amor di patria, oggi, viene attribuito artificialmente un significato differente da quello reale?
L'abbiamo dimostrato nei ragionamenti precedenti che i soggetti che mostravano d'aver amor di patria volevano restituire onorabilità e istituzioni pienamente democratiche alla propria società.
Su questa strada non c'è nazionalismo, e sarebbe stupido pensare che chi lottò contro il nazionalismo, avesse l'intenzione di costruirne uno nuovo. Su questa strada non c'è nazionalismo perché non ci si vuol minimamente credere superiori a nessun altro popolo, ma si vuol esclusivamente ripristinare il pieno potere delle istituzioni democratiche statali.
Una di queste istituzioni è la moneta. Appoggio quest'idea con tantissimi italiani, di color politico che va da persone di sinistra fino a quelle di destra, ma rispettose del dettato Costituzionale, figlio di quell'esperienza storica che fu il nazifascismo.
Confondere questa via per una deriva nazionalista è ignorante, ma lo trovo comprensibile, tanto che alcune proposte emergenti sulla scena politica italiana, ancora poco visibili, ma non si sa per quanto, hanno preso questi punti e ne fanno un loro canto di battaglia, restaurando nello stesso tempo vecchi ricordi.
Più lo stallo andrà avanti e più loro cresceranno perché, come è facile comprendere, subire un'egemonia esterna rischia di creare risentimento.
Il CETA è stato approvato al parlamento europeo con 695 voti: 408 voti a favore, 254 contrari e 33 astenuti. Questo ormai è un dato di fatto a livello comunitario, e dobbiamo analizzarlo.
Bisogna ammettere che sul CETA l'UE abbia saputo giocare strategicamente bene. Sul fatto che poi si sia contro queste idee economiche è un'altra questione. L'UE ha giocato su due tavoli per ottenere l'obiettivo, l'attenzione si è riversata sostanzialmente quasi completamente sul TTIP, mentre il CETA è andato più libero dalle attenzioni concentrate, e ha portato avanti la sua negoziazione con più "libertà dal controllo democratico", e con questo abbiamo detto tutto.
Il Canada rappresenta una piattaforma, niente di più, non prendiamoci in giro. Ha 35 milioni di abitanti, praticamente la metà dell'Italia. E' una piattaforma d'incontro dove le megaimprese USA potranno spostarsi per negoziare alle condizioni concordate con l'UE. Il fatto che l'UE abbia giocato su due tavoli ha tenuto aperte due diverse opzioni per raggiungere il suo scopo.
Ora la palla passa ai parlamenti nazionali. A meno che in Italia non si sollevi un polverone informativo (e i media staranno ben attenti a controllare il rischio) qui non abbiamo speranze su una bocciatura del trattato. Vedremo negli altri Stati UE, con condizioni costituzionali differenti dalle nostre. I referendum, storicamente, sono stati il problema dei passi avanti della Costruzione europea: ricordate la Costituzione europea? Fu bocciata! e il trattato di Lisbona?? Bocciato dagli irlandesi al referendum, fu riproposto una seconda volta. Immagino che la scheda referendaria avesse due opzioni: SI' o SI' per favore.
Ora possiamo leggere il CETA come la reazione del liberismo a un rischio di protezionismo, e possiamo capire l'apertura di due diverse opzioni per raggiungere lo scopo. Ora gli USA a livello di federazione dovranno evidentemente avere una reazione, non digeriranno stando zitti l'eventuale spostamento delle megaimprese in Canada per beneficiare del CETA.
Ripartirei facendovi leggere questo articolo, per poi proseguire nella nostra analisi, in cui questo tassello è essenziale, perché ricollega la riforma costituzionale alla Costruzione Europea: http://simosamatzai1993.blogspot.it/2016/10/referendum-costituzionale-un-libro-del.html. Esso si occupa dei contenuti che ho trovato durante la lettura di "Morire per Maastricht" di Letta, 1997.
E ora, possiamo proseguire!
Finiamola di dire che Renzi abbia fatto degli sbagli, perché non è così. Anche in questo caso, non si deve giocare con le parole. Sbagliare: Compiere un'azione in maniera non corretta. E Renzi non sta compiendo un'azione in maniera non corretta. In questi due anni e mezzo sta portando avanti delle riforme strettamente correlate tra loro, che non corrispondono alle soluzioni preferibili per i cittadini e la democrazia, ma non sta sbagliando. Dal suo punto di vista, sta facendo tutto bene.
Proviamo a ragionarci.
C'è contraddizione tra le dichiarazioni di Renzi e l'operato, ma questo è inevitabile, mica può spiegare il significato della riforma del lavoro:
<<Oh, sapete che c'è, stiamo svalutando il lavoro perché non possiamo svalutare la moneta essendo dentro l'Euro, che è un'unione monetaria, e quindi vi togliamo dei diritti per abbassare costi di produzione tramite diminuzione dei salari. E' l'unico modo per reggere ancora un po' dentro questo sistema UE neoliberista, liberoscambista. Da fuori arriveranno a sfruttare a basso costo la nostra forza lavoro che è una bellezza. Avete visto che bel manifesto abbiamo fatto girare per gli imprenditori esteri??>>.
Che figata che sarebbe una dichiarazione del genere, vero?
Provatemi a dire che non abbia raggiunto lo scopo! quindi dal suo punto di vista ha lavorato bene.
Passiamo al combinato disposto riforma costituzionale-Italicum.
"[...] Lo spostamento del baricentro decisionale connesso alla forte accelerazione del processo di integrazione europea e, in particolare, l'esigenza di adeguare l'ordinamento interno alla recente evoluzione della governance economica europea (da cui sono discesi, tra l'altro, l'introduzione del Semestre europeo e la riforma del patto di stabilità e crescita) e alle relative stringenti regole di bilancio (quali le nuove regole del debito e della spesa); le sfide derivanti dall'internazionalizzazione delle economie e dal mutato contesto della competizione globale; le spinte verso una compiuta attuazione della riforma del titolo V della parte seconda della Costituzione tesa a valorizzare la dimensione delle Autonomie territoriali e, in particolare, la loro autonomia finanziaria (da cui è originato il cosiddetto federalismo fiscale), e l'esigenza di coniugare quest'ultima con le rinnovate esigenze di governo unitario della finanza pubblica connesse anche ad impegni internazionali: il complesso di questi fattori ha dato luogo ad interventi di revisione costituzionale rilevanti, ancorché circoscritti, che hanno da ultimo interessato gli articoli 81, 97, 117 e 119, della Carta, ma che non sono stati accompagnati da un processo organico di riforma in grado di razionalizzare in modo compiuto il complesso sistema di governo multilivello articolato tra Unione europea, Stato e Autonomie territoriali, entro il quale si dipanano oggi le politiche pubbliche [...]".
Tratto dal Documento di JP Morgan del 2013.
«I sistemi politici dei paesi del sud, e in particolare le loro costituzioni, adottate in seguito alla caduta del fascismo, presentano una serie di caratteristiche che appaiono inadatte a favorire la maggiore integrazione dell’area europea. Quando i politici TEDESCHI parlano di processi di riforma decennali, probabilmente hanno in mente sia riforme di tipo economico sia di tipo politico.
I sistemi politici e costituzionali del Sud presentano le seguenti caratteristiche: esecutivi deboli nei confronti dei parlamenti, governi centrali deboli nei confronti delle regioni, tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori, tecniche di costruzione del consenso fondate sul clientelismo, il diritto di protestare se i cambiamenti sono sgraditi. La crisi ha illustrato a quali conseguenze portino queste caratteristiche. I Paesi della periferia hanno ottenuto successi solo parziali nel seguire percorsi di riforme economiche e fiscali, e abbiamo visto esecutivi limitati nella loro azione dalle costituzioni (Portogallo), dalle autorità locali
(Spagna), e dalla crescita di partiti populisti (Italia e Grecia)».
Cosa persegue la riforma costituzionale?
Forma una perfetta linea di comando, che parte dal livello sovranazionale, passando per l'UE, e arriva al livello nazionale. Accentra i poteri verso l'esecutivo (che in questo modo è facilitato a recepire le direttive UE), più precisamente verso il presidente del Consiglio, svuotando di fatto i contrappesi che rendevano equilibrato il sistema tra potere esecutivo (Governo) e potere legislativo (Parlamento), e centralizza i poteri degli enti locali verso lo Stato centrale.
Entriamo nel dettaglio.
Articolo 55: Tra le funzioni del Senato NOMINATO, ci sono i rapporti tra Stato e UE.
"...nonché all’esercizio delle funzioni di raccordo tra lo Stato, gli altri enti costitutivi della Repubblica e l’Unione europea. Partecipa alle decisioni dirette alla formazione e all’attuazione degli atti normativi e delle politiche dell’Unione europea". I senatori nominati, in sostanza, dovranno controllare che le direttive provenienti dall'UE, vengano rispettate.
Articolo 57: Formazione del Senato (74 Consiglieri regionali, 21 sindaci, 5 nominati dal Presidente della Repubblica per altissimi meriti). "Il Senato della Repubblica è composto da novantacinque senatori rappresentativi delle istituzioni territoriali e da cinque senatori che possono essere nominati dal Presidente della Repubblica. I Consigli regionali e i Consigli delle Province autonome di Trento e di Bolzano eleggono, con metodo proporzionale, i senatori tra i propri componenti e, nella misura di uno per ciascuno, tra i sindaci dei Comuni dei rispettivi territori".
Articolo 70: Questo è forse l'articolo più pericoloso della riforma, perché tratta la costituzionalizzazione e quindi rigetto di incostituzionalità delle normative UE, e ci obbliga a perseguirle "...le forme e i termini della partecipazione dell'Italia alla formazione e all'attuazione della normativa e delle politiche dell'Unione europea";
Articolo 71: Scadenza massima alla votazione di un provvedimento:
"[...] I regolamenti stabiliscono procedimenti abbreviati per i disegni di legge dei quali è dichiarata l’urgenza [...] il Governo può chiedere alla Camera dei deputati di deliberare, entro cinque giorni dalla richiesta, che un disegno di legge indicato come essenziale per l’attuazione del programma di governo sia iscritto con priorità all’ordine del giorno e sottoposto alla pronuncia in via definitiva della Camera dei deputati entro il termine di settanta giorni dalla deliberazione..." .
Articolo 83: Modifiche all'elezione del Presidente della Repubblica. «Dal quarto scrutinio è sufficiente la maggioranza dei tre quinti dell’assemblea. Dal settimo scrutinio è sufficiente la maggioranza dei tre quinti dei votanti».
Articolo 117: Perseguimento dei vincoli derivanti dall'UE e clausola di supremazia del governo centrale sugli enti territoriali.
"La potestà legislativa è esercitata dallo Stato e dalle Regioni nel rispetto della Costituzione, nonché dei vincoli derivanti dall’ordinamento dell’Unione europea e dagli obblighi internazionali. e) moneta, tutela del risparmio, [...] armonizzazione dei bilanci pubblici; le altre voci fondamentali si occupano di regolare i rapporti di forza tra Stato e Regioni, con la clausola di supremazia. " Su proposta del governo, la legge dello Stato può intervenire in materie non riservate alla legislazione esclusiva quando lo richieda la tutela dell'unità giuridica o economica della Repubblica, ovvero l'interesse della tutela nazionale".
Più o meno, non lamentatevi se le regioni non saranno chiamate in causa sul passaggio nel suo territorio di un gasdotto, per fare un esempio;
Articolo 119: Chiaramente, essendo vincolato lo Stato dai trattati UE, tutti gli enti a livello inferiore, devono rispondere di questi vincoli di stabilità:
"Comuni, le Città metropolitane e le Regioni hanno autonomia finanziaria di entrata e di spesa, nel rispetto dell’equilibrio dei relativi bilanci, e concorrono ad assicurare l’osservanza dei vincoli economici e finanziari derivanti dall’ordinamento dell’Unione europea".
Articolo 120: Il governo può sollevare dall'incarico governatori e sindaci in caso di dissesto finanziario (potere che fu revocato dalla sentenza n. 219 del 2013). (Mi ricorda molto la situazione di Roma).
«...e stabilisce i casi di esclusione dei titolari di organi di governo regionali e locali dall’esercizio delle rispettive funzioni quando è stato accertato lo stato di grave dissesto finanziario dell’ente».
L'Italicum, così come concepito, crea una maggioranza assoluta in un Parlamento dove il potere di sfiduciare il governo è limitato esclusivamente all'unica camera che rimarrà elettiva: la Camera dei deputati. Per questo motivo, sommando i risultati numerici in termini di seggi, e quindi di maggioranza affidata a un unico partito, con i poteri accentratrici sulla Costituzione contenute in questa riforma, gli equilibri risultano completamente alterati.
Il Movimento 5 stelle, con il suo andamento, ha creato l'unica falla a questo progetto di riforma, in quanto c'è un rischio alto che al ballottaggio vada a battere il PD, prendendosi una maggioranza bulgara monocolore, con una Costituzione accentratrice verso il governo. Aspetto che non era stato considerato inizialmente, data la grande vittoria di Renzi alle Europee, con oltre il 40%.
L'unica falla del progetto renziano è stata proprio questa, che rischia di obbligare a una riforma dell'Italicum.
Pensiamo ora a una possibile vittoria del PD, con questa riforma confermata al referendum del prossimo 4 dicembre.
L'elezione del Presidente della Repubblica, dal settimo scrutinio risulterebbe assai facilitata (3/5 dei votanti), e basterebbe l'aggiunta di un numero esiguo di voti (nel caso altamente positivistico di presenza completa dei 730 votanti), per raggiungere il quorum (massimo 438 voti, nel migliore dei casi). In questo caso, si eleggerebbe un PdR a piacimento, e quindi rischierebbe di ottenere il controllo anche della Corte Costituzionale, in quanto 1/3 viene scelto dal PdR e 3 dalla Camera (dove grazie all'Italicum avrebbe la maggioranza). Quindi, 8/15 della Corte costituzionale! un controllo dall'alto delle componenti fondamentali.
Per gli elettori del PD, che spesso hanno additato altre forze politiche come antidemocratiche, chiedo di rovesciare il ragionamento! pensate a quest'altro partito al governo con questo sistema! sicuri che votare SI' a questo modello vi protegga da quello che ritenete essere un "grave pericolo per la democrazia"? Rifletteteci! ma, soprattutto, riflettete nel modello "linea di comando" che è stato preparato in questi 3 anni dal PD. Non pare esser democratico. :)
Ah.....e ora rileggetevi lo scritto di JP Morgan!
CONDIVIDETE! e spiegate queste ragioni alle persone!! facciamo rete.
Oggi parleremo di socialdemocrazia, perché voglio ampliare un piccolo post sintetico che avevo pubblicato pochi giorni fa nel mio profilo Facebook. Ritengo che questo sia uno dei temi fondamentali di questo periodo storico nella politica, e ormai non si può star zitti.
Pochi giorni fa stavo guardando uno spettacolo teatrale bellissimo di Dario Fo, incentrato sulla famosa morte dell'anarchico Pinelli nel 1969, quando ho avuto uno spunto di riflessione che solo un grande come Fo poteva darmi. Nel recitare la sua parte, a proposito dell'auspicio del suo personaggio pazzo (travestito da vescovo) di vedere instaurata al più presto una socialdemocrazia in Italia, a un certo punto afferma: "Perché finalmente allora si arriverà al punto che anche noi italiani potremo gridare...Per Dio siamo immersi nella merda fino al collo, ma è per questo che camminiamo a testa alta".
Ecco da dove nasce l'idea di ragionare sulla socialdemocrazia europea, sul suo sviluppo e su dove ci abbia portato, d'altronde "siamo immersi nella merda fino al collo, ma è per questo che camminiamo a testa alta"....un po' meno in sedi UE, a dirla tutta!!
Buona lettura.
Ma questa socialdemocrazia non sarà una fregatura colossale? Oggi la socialdemocrazia europea è la sintesi ideologica perfetta in un sistema non più realmente ideologizzato. Di ideologizzato, a ben osservare, rimane esclusivamente una fetta di vecchio elettorato, nostalgico degli ideali politici che oggi sembrano totalmente superati. Su queste basi, la socialdemocrazia europea applica politiche economiche liberiste, sotto una nomenclatura falsa di socialismo e, conseguentemente, si prende gioco e tira calci nelle parti basse ai comunisti vecchio stampo, che non hanno capito il cambiamento politico in atto già alla fine della prima repubblica o, per lo meno, se hanno compreso, diventano immediatamente complici di questo sistema.
Di fatto, i vecchi comunisti si trovano ad appoggiare ciò che hanno combattuto in passato. Questo sistema si regge esclusivamente sull'ignoranza dell'elettorato, che vota con il pilota automatico, senza rendersi conto, in gran parte, del cambiamento che gli è passato di fronte. Una vera pacchia per questo sistema.
Questa ideologia economica, nell'Unione Europea, prende il nome di Economia Sociale di Mercato, ovvero un'evoluzione dell'ordoliberismo tedesco, nato successivamente alla crisi inflazionistica della Repubblica di Weimar, nel primo dopoguerra, provocata dalle sanzioni di guerra contenute nel Trattato di Versailles del 1919. Scrissi già dell'iperinflazione della Repubblica di Weimar e delle ripercussioni ideologiche attuali in questo articolo: http://simosamatzai1993.blogspot.it/2015/03/storia-liperinflazione-di-weimar-e.html.
L'Economia sociale di mercato si pone l'obiettivo di accettare l'esistenza di Costituzioni socialiste, come quella italiana, e data per assodata questa realtà, trova le contromisure per applicare comunque le politiche economiche liberiste portate avanti precedentemente alla stesura di queste tipologie di Costituzioni, che dovevano essere la protezione rispetto all'applicazione di queste scelte di politica economica.
L'obiettivo? Svuotare la funzione sociale dello Stato, riducendola all'osso, ma stando ben attenti a farlo in modo graduale, sia mai che qualcuno si svegli!
E, fidatevi, ciò è molto pericoloso, perché sotto la copertina calda e rassicurante di un'ideologia apparentemente comunista, i partiti socialdemocratici europei portano avanti politiche completamente opposte ai loro ideali passati (ma ancora millantati).
Ciò è pericolosissimo per l'autodifesa del popolo, che non ha più le conoscenze, si sente spaesato, senza più i punti di riferimento che permettevano una comprensione, a grandi linee, della politica che li circondava.
Perché, se privatizza la destra, è tutto normale, sta nel suo sistema voler ridurre l'azione statale sull'economia, ma se privatizzano quelli che si millantano ancora come comunisti a difesa della classe operaia, magari cantando "Bella ciao" in Parlamento, allora i loro elettori non capiscono più nulla. Le loro privatizzazioni vengono giustificate con il famoso "ce lo chiede l'Europa", ed ecco qui che rientra tutto in un perimetro accettabile, di progressismo, fasullo!
Se applica politiche di svalutazione salariale la destra, è normalissimo, lo fa per avvantaggiare gli imprenditori attraverso il libero mercato! ma se lo fa la sinistra, qualcosa non va, ragazzi. La sinistra non era quella che lottava per alzare la quota salari??
Se la sinistra applica svalutazione salariale, fa diventare la classe operaia schiava della legge della domanda e dell'offerta pure sul mercato del lavoro, e cessa realmente di esistere, perché sui diritti sociali piegarsi alla legge della domanda e dell'offerta significa piegarsi al potere dei grandi, dimenticandosi che tu sei nato per difendere i più deboli.
Gli elettori ideologizzati a sinistra cadranno perfettamente nel tranello del "ce lo chiede l'Europa", perché loro non possono immaginare di essere chiusi, loro sono progressisti, e percepiscono il progresso esclusivamente in moto d'avanzamento, e mai di retromarcia da un errore compiuto. Sono stati portati a credere che difendere la propria sovranità sia sinonimo di nazionalismo. Ma quando mai?? Non ci azzecca proprio nulla il sovranismo con il nazionalismo.
Il sovranismo chiede solo di poter decidere liberamente e senza eccessivi vincoli esterni (vedi trattati UE ed Euro, magari vincoli costituzionali UE come la nuova riforma), il destino delle scelte politiche interne, attraverso un Parlamento libero e sovrano, democraticamente eletto. Ma se ti leghi perennemente al "non è colpa mia, c'è lo chiede l'Europa" diventiamo, come siamo oggi, sudditi e in più facciamo un'ulteriore magia. Il governo in carica, supportato dalla sua maggioranza, potrà scaricare le colpe sul "ce lo chiede l'Europa", non assumendosi la responsabilità dell'indirizzo scelto.
La sinistra non era quella che voleva le politiche economiche di pieno impiego per tutelare il diritto al lavoro come fondamento costituzionale, e dava al debito pubblico un aspetto secondario? A parte che il debito pubblico diventa un problema solo quando non viene rifinanziato, cosa che sarebbe stata impossibile prima del divorzio 1981 tra Tesoro e Banca d'Italia. Ma ascoltate cosa pensa un socialdemocratico italiano (PD), ex Presidente del Consiglio sul Divorzio 1981 (vi consiglio il suo libro del 1997 "Euro sì, morire per Maastricht", fantastico, col senno di poi, per capire il proseguo della Costruzione europea, compresa la riforma elettorale alla ricerca del governo forte e la riforma costituzionale di Renzi). L'ho letto poche settimane fa. A proposito! voterà sì o no??
A sostituire i diritti sociali, arrivano i diritti cosmetici, qualche contentino, neppure troppo convincente sui diritti civili, su cui spostare l'attenzione, mentre i diritti sociali vengono depredati e svuotati. Eppure a me sembrava che l'articolo 3 della Costituzione (principi d'uguaglianza formale e sostanziale) parlasse chiaro anche sui diritti civili.
Diritti sociali e diritti civili; non diritti sociali o diritti civili. La democrazia costituzionale non ammette scambi.
Ora abbiamo capito dove sta il problema, ma comincia lo scontro sulle soluzioni!
Alcuni dicono: vogliamo gli Stati Uniti d'Europa! e altri non sono d'accordo e vogliono fare marcia indietro. Io appartengo ai secondi.
Il perché è molto semplice, ma difficile da apprendere, almeno inizialmente, perché bisogna sgretolare tutta una serie di convinzioni sviluppate nel tempo. Io l'ho fatto grazie al giurista Barra Caracciolo, leggendomi i suoi due libri sui trattati europei e la Costituzione, con libri di economisti e guardandomi tante conferenze sul tema. Un percorso che ormai dura dal 2013.
La Costruzione Europea è un percorso molto lungo, e le tappe percorse sono state tante, a cominciare, dall'adesione del 1979 al Sistema Monetario Europeo (S.M.E.) e, come abbiamo visto nel video precedente, dal divorzio tra Ministero del Tesoro e Banca d'Italia del 1981, una vera pietra miliare in nome della "bassa inflazione", che ci ha preparato al parametro di Maastricht 1993 (inflazione non superiore al 2%). Peccato che dopo aver dato la facoltà alla Banca d'Italia di non acquistare i titoli di Stato rimasti invenduti, il tasso d'interesse si sia impennato, e con esso il debito pubblico nel suo complesso. Guardate il grafico o qualsiasi altra tabella. Il debito s'impenna dal 1981, in poi.
Ma non temete, un debito pubblico più alto, in realtà è funzionale al progetto dell'economia sociale di mercato, perché apre alle minacce di ritorsioni dei "mercati", con conseguenti attacchi speculativi stile "spread alle stelle" se non si fanno i compiti a casa, da buoni sottoposti a dicktat. Poi i dati macroeconomici peggiorano (vedi dati governo Berlusconi fino all'arrivo di Monti e successivi), ci dicono che hanno salvato una situazione disperata con governi tecnici, nascondendoci che in realtà non fosse altro che un attacco speculativo per far saltare un governo (le valutazioni sull'operato lasciamole da parte, siamo a un livello più alto, di sovranità). Quando si limita la propria sovranità, spostandola a livelli superiori, si perdono strumenti di aggiustamento, vedi svalutazione monetaria.
Pensate al patto di stabilità interno tra Stato centrale, regioni e comuni. Taglio centralizzato, clausole di salvaguardia in legge finanziaria, che danno facoltà ai sindaci di alzare le imposte comunali. Anche perché, o tagli i servizi, o alzi l'imposizione, non puoi trovare sprechi infiniti da dove trovare soldi.
Si scaricano le responsabilità ai livelli sottostanti, quando essendo lo Stato a finanza derivata, gli enti sottoposti dipendono dai finanziamenti provenienti dall'alto.
Ma perché gli Stati Uniti d'Europa sono inattuabili?
Lo dice l'articolo 125 del Trattato sul Funzionamento dell'Unione Europea LINK:
1. L'Unione non risponde né si fa carico degli impegni assunti dalle amministrazioni statali, dagli enti regionali, locali, o altri enti pubblici, da altri organismi di diritto pubblico o da imprese pubbliche di qualsiasi Stato membro, fatte salve le garanzie finanziarie reciproche per la realizzazione in comune di un progetto economico specifico. Gli Stati membri non sono responsabili né subentrano agli impegni dell'amministrazione statale, degli enti regionali, locali o degli altri enti pubblici, di altri organismi di diritto pubblico o di imprese pubbliche di un altro Stato membro, fatte salve le garanzie finanziarie reciproche per la realizzazione in comune di un progetto specifico.
2. Se necessario, il Consiglio, su proposta della Commissione e previa consultazione del Parlamento europeo, può precisare le definizioni per l'applicazione dei divieti previsti dagli articoli 123 e 124 e dal presente articolo.
Semplicemente, vieta la condivisione del debito, in quanto si afferma che l'UE non risponde dei debiti degli altri Stati nazionali appartenenti all'Unione e, contemporaneamente, gli Stati appartenenti all'unione non rispondono degli obblighi contratti dagli altri Stati dell'Unione stessa. Questa è una clausola molto importante e, senza questo presupposto, l'intera impalcatura che sostiene l'UE non avrebbe avuto i presupposti per essere tirata su.
Purtroppo, in un sistema di Stati in deficit, dove la fa da padrone uno Stato in surplus commerciale, che impone conseguentemente le sue politiche economiche anche agli altri Stati che cercando di non perdere la scia, questo presupposto è ferreo. Di conseguenza, l'unica strada che resta è smontare in modo ordinato l'Unione, ricostruendo i presupposti commerciali vantaggiosi, dato che darsi all'autarchia non sarebbe una genialata.
Questo articolo sarà servito a qualche elettore piddino, nostalgico di ideali vecchi, che il suo partito non difende da decenni? Ma chissà, pure a qualche grillino, un po' spaesato sulla strada da prendere. Se non capiamo perfettamente noi questi aspetti, non possiamo sgridare gli altri.
Oggi vorrei occuparmi di referendum sulla riforma costituzionale, in quanto il 4 dicembre ormai si avvicina sempre di più, e dobbiamo conoscere quante più informazioni possibili, sia da un punto di vista contenutistico attuale, e sia da un punto di vista contenutistico in riferimento al passato e al futuro. Se è vero che questa riforma agirà nel nostro futuro, come vedremo, è anche vero che le sue radici sono storicamente molto più profonde di questi 3 anni di governo Renzi.
Io leggo continuamente e, pochi giorni fa mi sono imbattuto in una lettura europeista fino al midollo; questo libro è dell'ex Presidente del Consiglio Letta. Sono un amante delle letture politico-economiche e, dopo aver letto ben 5 libri economici a sostegno dell'uscita dell'Italia dall'Euro, ho voluto leggere per mero approfondimento personale dei punti di vista differenti, in quanto bisogna conoscere in modo approfondito il pensiero di chi persegue politiche contrarie al proprio pensiero personale. E' un fattore di arricchimento.
Questo libro è: "Euro Sì, morire per Maastricht", risalente al 1997.
Tra le varie argomentazioni che vi ho trovato, sono spuntate informazioni che calzano a perfezione con i contenuti del combinato disposto "Italicum-riforme costituzionali", come oggetti di un cambiamento di struttura che dovrebbe attuare il nostro Stato per avvicinarsi agli altri paesi dell'UE.
Pur conoscendo le idee di Letta già in passato, mi sono stupito che a 19 anni di distanza, queste informazioni possano esser incastrate perfettamente con le riforme attuali.
Andiamo a vedere insieme.
Io, direi di partire dal documento della riforma costituzionale, ma non dall'articolato, che sarà tema di un altro specifico articolo dettagliato, ma dalle premesse che giustificano questa riforma di 47 articoli. State a vedere.
"[...] Lo spostamento del baricentro decisionale connesso alla forte accelerazione del processo di integrazione europea e, in particolare, l'esigenza di adeguare l'ordinamento interno alla recente evoluzione della governance economica europea (da cui sono discesi, tra l'altro, l'introduzione del Semestre europeo e la riforma del patto di stabilità e crescita) e alle relative stringenti regole di bilancio (quali le nuove regole del debito e della spesa); le sfide derivanti dall'internazionalizzazione delle economie e dal mutato contesto della competizione globale; le spinte verso una compiuta attuazione della riforma del titolo V della parte seconda della Costituzione tesa a valorizzare la dimensione delle Autonomie territoriali e, in particolare, la loro autonomia finanziaria (da cui è originato il cosiddetto federalismo fiscale), e l'esigenza di coniugare quest'ultima con le rinnovate esigenze di governo unitario della finanza pubblica connesse anche ad impegni internazionali: il complesso di questi fattori ha dato luogo ad interventi di revisione costituzionale rilevanti, ancorché circoscritti, che hanno da ultimo interessato gli articoli 81, 97, 117 e 119, della Carta, ma che non sono stati accompagnati da un processo organico di riforma in grado di razionalizzare in modo compiuto il complesso sistema di governo multilivello articolato tra Unione europea, Stato e Autonomie territoriali, entro il quale si dipanano oggi le politiche pubbliche [...]".
Ora siete a conoscenza della vera finalità dell'articolato, ovvero inserire vincoli costituzionali all'attuazione delle politiche economiche UE, in quanto, costituzionalizzando l'attuazione delle stesse, esse non potranno più essere impugnate verso la Corte costituzionale, se non con grandissima difficoltà. Ma in un prossimo articolo vedremo i contenuti degli articoli più importanti.
Ritorniamo al libro di Letta "Euro Sì, morire per Maastricht", e arriviamo subito a una delle riforme di Renzi: la legge elettorale "Italicum". Essa offre una maggioranza schiacciante a una sola forza politica, successiva alla vittoria del ballottaggio e, grazie agli effetti della modifica del Senato e dell'articolo 83 (modalità d'elezione del Presidente della Repubblica) e 72 (clausola di supremazia del governo sul Parlamento), svuota i poteri del potere legislativo parlamentare, e gonfia quelli dell'esecutivo. Una maggioranza così ampia, avrà semplificata l'elezione del Presidente della Repubblica di suo gradimento, con un quorum relativamente abbordabile a partire dal settimo scrutinio e, conseguentemente, potrà ottenere anche la maggioranza in Corte Costituzionale (8/15), tramite 5 eletti dal PdR e 3 dalla Camera, controllata tramite l'Italicum. Scacco!
Cosa scrisse Letta nel 1997?
"Il sesto punto è quello sulla stabilità politica. Un paese caratterizzato da incertezze politiche, governi deboli e continui cambiamenti di maggioranze non darebbe certo le necessarie garanzie di affidabilità, così come sarebbe indubbiamente più difficile per qualsiasi paese con difficoltà sul parametro del debito/Pil al 60% puntare all'ingresso nell'Euro con un governo che regge per pochi voti, sfidato da minoranze compatte nel rigettare Maastricht e tutti gli sforzi necessari per entrarvi e rimanervi".
Ecco, per perseguire la via Europea, nel 1997 come oggi, serviva un indebolimento delle minoranze parlamentari e un governo granitico, che potesse vantare autorevolezza numerica e quindi una grossa "STABILITA' DELL'ESECUTIVO". Esattamente ciò che persegue l'Italicum.
E ora, la ciliegina sulla torta: cessioni di sovranità, considerazioni sull'articolo 11 e conseguente necessità di riforme Costituzionali pro-UE.
Partiamo dal testo dell'articolo 11:
"L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo."
Quindi, l'articolo 11 della nostra Costituzione, che è un principio fondamentale e quindi non può essere soggetto a modifiche, afferma che l'Italia ripudia la guerra per risolvere controversie internazionali e, per perseguire pace e giustizia tra le nazioni, è disposta a LIMITARE LA PROPRIA SOVRANITA' A CONDIZIONE DI PARITA' CON GLI ALTRI STATI.
Attenzione alle parole! la Costituzione parla di limitazione, e non di cessione, che sono due cose completamente differenti! la limitazione è temporanea, collegata al perseguimento dei fini prestabiliti e alle condizioni prestabilite; la cessione è definitiva.
Vediamo le parole di Letta:
"Il completamente dell'Unione Economica e Monetaria comporta un trasferimento di sovranità assai rilevante dalla sfera nazionale a quella sovranazionale. Tutto il cammino dell'integrazione europea è stato contraddistinto da graduali CESSIONI di sovranità, che hanno nel tempo conferito alle istituzioni comunitarie... prerogative proprie di uno Stato nazionale.
[...] la semplice ratifica parlamentare del Trattato (di Maastricht) da parte dell'Italia con l'articolo 11 della Costituzione....oltre a non fare alcun riferimento alla costruzione sovranazionale europea, era redatto per altre forme di appartenenza a organismi internazionali, con scopi molto diversi da quelli della Cee e dell'UE.
Appare oggi improrogabile, l'inserimento nella Costituzione dei necessari riferimenti al nuovo assetto sovranazionale dell'Unione: la necessità è politica, ma è posta anche da forti esigenze di natura giuridica sulla necessaria ridefinizione del quadro delle fonti del diritto in Italia. I trasferimenti di sovranità legati alle decisioni di Maastricht hanno già cominciato a produrre i loro effetti".
Avete capito??
Non avendo uno strumento costituzionale che permettesse di CEDERE sovranità e neppure limitarla per questioni inerenti alle finalità della Cee e dell'UE, utilizzare l'articolo 11 della Costituzione per ratificare il Trattato di Maastricht è stata una forzatura. Questo articolo non fa nessun riferimento a cessioni e limitazioni di questo tipo ma, proprio per questo motivo, serve una riforma costituzionale che inserisca i riferimenti al nuovo assetto sovranazionale dell'UE, anche per ridefinire le fonti del diritto in Italia.
Io sapevo già quest'aspetto sull'interpretazione reale dell'articolo 11, ma non pensavo certamente di trovarlo in un libro del genere.
Le politiche UE saranno monitorate dal Senato delle Autonomie, che dovranno vigilare sulla loro applicazione. Nel prossimo articolo, vedremo questa legislazione all'interno della riforma: articoli 55, 70, 71, 117, 119; che impegnano anche Regioni e Comuni, oltre al bilancio centrale.
Per ora ricordatevi questo: la riforma persegue una perfetta linea di comando, che parte dal livello sovranazionale, passando per l'UE e arriva a livello nazionale, con un governo autorevole e stabile, con poteri di imporre una votazione entro una certa scadenza fissata. Ciò agevola il recepimento delle direttive UE, monitorate dal nuovo Senato nominato. Inoltre, centralizza i poteri degli Enti locali (Regioni e comuni), verso lo Stato.
Ps. Renzi ha dichiarato che, dopo l'approvazione della riforma costituzionale nel referendum 2017, chiederà riforme strutturali all'UE. Il fatto è che, come abbiamo appena visto, con questa riforma si sta vincolando a seguire la legislazione attuale tramite la Costituzione. Non sta in piedi!
In questo articolo, vorrei occuparmi di un libro che ho terminato di leggere da pochi giorni, ovvero Anschluss, l'annessione, di Vladimiro Giacché.
E' un libro che consiglio vivamente a tutte quelle persone che si sono interessate alle tematiche inerenti all'Unione Europea e all'unione monetaria che la contraddistingue, ovvero l'Euro.
Consiglio la lettura dopo un'infarinatura generale di queste tematiche, magari attraverso il libro "Il tramonto dell'Euro" di Bagnai, proprio perché quest'ultimo è un libro molto importante, scritto in modo comprensibile e semplificato, ben documentato con dati e grafici a sostegno delle tesi economiche che si portano avanti nelle argomentazioni.
Anschluss è un libro che si occupa principalmente dell'unificazione della Germania est alla Germania ovest, successiva alla caduta del muro di Berlino e dell'Unione monetaria di pochi mesi prima, per poi proporre una comparazione dei punti in comune tra l'unificazione tedesca e la situazione dell'Unione Europea e dell'Euro.
Ricostruisce questi eventi come una vera e propria ANNESSIONE della Germania Est.
Vediamo di entrare nei punti fondamentali.
Si parte con la situazione presente in Germania est, dove vengono raccontate alcune problematiche presenti, dovute a diversi fattori: arretratezza del sistema produttivo, dovuto un po' al sistema socialista, e un po' ai costi post seconda guerra mondiale, sobbarcati per più di 2/3 dalla Germania est, rispetto alla Germania ovest (che ebbe dalla sua parte anche l'aiuto derivante dal "Piano Marshall").
Giocando su una protesta in corso nel 1989 in Germania est, dove i cittadini volevano delle riforme, per ottenere un sistema più democratico, ma essendo comunque ben fermi sulla indipendenza della Repubblica dall'Ovest, i politici dell'Ovest, spiecialmente il cancelliere Kohl, annuncia una condizione di prossima insolvenza dell'Est, dovuta al debito. In realtà, questa condizione di insolvenza, come dimostrato dai dati nel libro, non esisteva, in quanto il debito pubblico dell'Est era inferiore ai 20 miliardi di Dollari.
Inoltre, vi era un problema di flusso migratorio in uscita dall'Est, dovuto all'apertura dell'Ungheria, che amplifico lo spostamento da Est a Ovest, passando attraverso l'Austria. Pensate, che in un solo anno si passò dalle 39 mila persone, a 2 milioni di persone.
Facendo enorme pressione propagandistica su questi fattori, il governo dell'Ovest propose un'unione monetaria, offrendo il Marco dell'Ovest anche allo Stato dell'Est, con cambio 1 a 1 (pensate che il Marco dell'Ovest, in quel momento storico, era la moneta più forte del mondo).
Un rapporto di cambio tra il Marco dell'Ovest e il Marco dell'Est, seppur nascosto, esisteva, ed era fissato in 1 Marco Ovest per 4, 44 Marchi dell'Est.
Dietro quest'offerta del governo dell'Ovest, non vi era un gesto di fratellanza, come vedrete leggendo il libro, ma uno strumento da utilizzare politicamente nelle ormai incombenti elezioni politiche dell'Ovest.
Nonostante la preoccupazione manifestata dai politici e dagli economisti dell'Est, che ritenevano il loro sistema produttivo non pronto nell'immediato ad un confronto basato sulla legge della domanda e dell'offerta con gli altri paesi capitalistici, l'unione monetaria arriva a compimento.
Il sistema produttivo dell'Est, esce completamente fuori mercato, dovendo sopportare una rivalutazione monetaria spaventosa, del 350%.
Pochi mesi dopo, arriverà anche l'Unione politica, aumentando il peso politico della Germania in Europa, e facendole ritrovare quella centralità che sarà fondamentale per la cosiddetta "Costruzione Europea".
Tra il 1989 e il 1991, l'economia della ormai ex Germania Est, crolla sotto i colpi della cura da cavallo imposta dalla rivalutazione monetaria.
I dati sono incredibilmente drammatici: -44% di PIL, - 2 milioni di occupati, -67% di produzione industriale.
Altri aspetti fondamentali che troverete nel libro, sono:
- Le modalità alquanto particolari relative alla privatizzazione completa, fino alla fine del 1994, del patrimonio della Ex Germania Est, affidato a una società "fiduciaria" detta "Treuhandanstalt";
- La privatizzazione del sistema bancario della Ex Germania Est;
- Il trattamento dei debiti dei cittadini dell'Est.
Dopo aver letto il libro, vi consiglio la visione del film successo: Goodbye Lenin! che tratta il periodo dell'unificazione in modo davvero interessante e coinvolgente, tramite una storia tra una madre dall'etica socialista, e un figlio che non vuole farle scoprire l'avvenuta unificazione.
In
quest'articolo, vorrei farvi alcune considerazioni di carattere
economico e politico, ricollegandomi alla Costituzione.
In
questi giorni non si fa altro che parlare del NO della Raggi alle
Olimpiadi di Roma 2024, come se fosse il problema centrale del paese,
lo snodo che slancerebbe l'Italia, un po' come fu propagandato quello
che sarebbe dovuto essere il meraviglioso Expò. Un NO sacrosanto,
ben studiato e giustificato dati alla mano, attraverso i conti dell'accrescimento dei costi in corso d'opera delle
precedenti Olimpiadi, sia estive che invernali (studio dell'Università di Oxford).
Ma questo non era che un appunto, dato che il punto centrale
dell'articolo sarà un altro, che tuttavia vedrete si ricollegherà anche al NO alle Olimpiadi, visto che andremo a monitorare le condizioni
attuali dello Stato italiano a livello di sovranità e di
applicazione della Costituzione economica.
Parto da un momento storico della nostra Repubblica: la firma della Costituzione. Eh sì, perché in
questi giorni, sto leggendo un libro interessantissimo del giurista
Barra Caracciolo (La Costituzione nella palude, libro consigliatissimo!!!), che tratta gli aspetti di costituzionalità delle
scelte politiche che hanno di fatto limitato la sovranità dello
Stato italiano, a vantaggio del "vincolo esterno" europeo.
Su cosa si regge il vincolo esterno? Esso si regge semplicemente
sull'idea instaurata sulla sopravvenuta impossibilità al
perseguimento del welfare State portato avanti dai padri costituenti
dopo il secondo dopoguerra. Questo martellamento mediatico ci ha di
fatto smontato sotto i nostri occhi i principi fondamentali della
nostra Costituzione, specie in alcuni principi fondamentali e nella
parte dedicata alla cosiddetta "Costituzione economica". La
Costituzione economica (articoli dal 35 al 47) è l'impostazione di
confini programmatici di politiche economiche al quale nessun governo
e nessuna maggioranza si potrebbe costituzionalmente sottrarre. I costituenti sapevano bene
ciò che avrebbero dovuto combattere, e lo capiamo in diversi
dialoghi dell'assemblea costituente. Cito Ghidini, in discussione del
diritto al lavoro, l'8 marzo 1947:
"Non si può negare in modo
assoluto che un giorno le forze regressive possano avere la
prevalenza [...] fate l'ipotesi che la nostra rappresentanza fosse
completamente eliminata e sedessero in questa Camera solo
rappresentanti della Nazione aventi un orientamento regressivo e
volessero fare una legge che contrastasse questi diritti al lavoro,
li limitasse, o li annullasse".
Sembra
un indovino! un indovino ritornato dal futuro a denunciare il pericolo incombente per la società italiana, instaurato tramite delle politiche
economiche portate avanti dal progetto dell'UE, di concorrenza
spietata al ribasso, e quindi portando al ribasso anche i diritti dei
lavoratori in nome della deflazione salariale alla ricerca della
"competitività".
L'abbiamo
visto attraverso le riforme del lavoro apportate prima dal governo
Monti, e ora dal governo Renzi attraverso il jobs act e lo
svuotamento delle tutele interne all'articolo 18 della legge del
1970. Per non parlare dell'aumento spropositato dei voucher, che
hanno visto un vendita pari a 84,3 milioni, +36,2% rispetto all'anno
precedente. Ciò ci riporta anche alle modalità di analisi sulla
disoccupazione, che registra come occupato un cittadino lavoratore
che, durante una settimana, abbia lavorato anche per una sola ora, anche se pagato attraverso voucher. Questo ci fa capire quanto i dati reali siano
estremamente più allarmanti di quanto già non lo siano nei dati
pubblicati.
La
minaccia i costituenti la conoscevano bene, perché l'avevano davanti
in quell'assemblea, si chiamava Einaudi, che voleva modificare solo
in modo "cosmetico" il liberismo che aveva fallito in
precedenza (ricordiamo il suo incontro del 1944 con Ropke teorizzatore dei perseguimenti successivamente adottati dall'UE). Ed ecco il "neoliberismo".
Einaudi,
citato, sempre in assemblea costituente durante i confronti sul tema
diritto al lavoro, dal collega Ruini, 4 giorni dopo, il 12 marzo
1947; ecco le sue parole:
"[...] gli economisti - i migliori -
riconoscono che il loro edificio teorico, la scienza creata
nell'Ottocento, non regge più sul presupposto di una economia di
mercato e di libera concorrenza, che è venuto meno, non soltanto per
gli interessi dello Stato, ma in maggior scala per lo sviluppo di
tendenze e di monopoli delle imprese private. Quando vedo i neo
liberisti come l'amico Einaudi, proporre tale serie di interventi per
assicurare la concorrenza, debbo ammettere che molto è mutato".
Dallo
spazio trovato in modo così grande in Costituzione dal diritto al
lavoro (vedi l'articolo 4, assicurando uno Stato che promuovesse le
condizioni che rendessero realmente effettivo questo diritto), si
capisce come le idee neo liberiste non abbiano trovato spazio nella
Costituzione. Citando l'idea liberista stiamo rimanendo sul vago, mentre, per approfondire di più la tematica, sarebbe meglio riferirci alla teoria economica dell'Ordoliberismo, nata in parte per il contributo della scuola austriaca, e in parte per quello della scuola di Friburgo. Per Ordoliberismo intendiamo una teoria economica ben conscia dell'esistenza delle Costituzioni sociali risalenti al secondo dopoguerra, che vada a funzionare in modo da riuscire a riproporre le idee liberiste pre crisi 1929, mantenendo intatto esclusivamente lo scheletro delle idee costituzionali, in realtà completamente spolpate e annullate. Annullate in modo lento e assolutamente graduale. Ciò non dovrebbe affatto stupirvi, in quanto il concetto di Costituzione come arma di difesa verso gli attacchi ai diritti sociali e alla sovranità nazionale, ormai è diventato obsoleto. Lo scopriamo ricordando le parole di Amato del 2000: " Non penso sia una buona idea rimpiazzare questo metodo lento ed efficace - che solleva gli Stati nazionali dall'ansia di mentre vengono privati del potere - con grandi balzi istituzionali... . Perciò preferisco andare lentamente, frantumando i pezzi di sovranità poco a poco, evitando brusche transizioni dal potere nazionale a quello federale. Questo è il modo in cui ritengo che dovremo costruire le politiche comuni europee... ." Un metodo lento, graduale, che sostanzialmente fa addormentare e aiuta a digerire riforme al ribasso dei diritti sanciti dalle Costituzioni nazionali. L'ultima dichiarazione che vi porto è quella di Juncker, che ha un peso pari a un macigno sulla sovranità popolare, sancita nell'articolo 1 della nostra Costituzione. "Prendiamo una decisione, poi la mettiamo sul tavolo e aspettiamo un po' per vedere cosa succede. Se non provoca proteste né rivolte, perché la gente non ci capisce niente di cosa è stato deciso, andiamo avanti fino al punto di non ritorno".
E
ora passiamo a un appunto che appartiene strettamente al Movimento 5
stelle: il reddito di cittadinanza. Ho posto questa problematica, e
ho trovato una pronta risposta in un video del portavoce Morra, pubblicato pochi giorni fa, che girava intorno alla problematica della precarizzazione del mercato del lavoro e dei voucher.
La
costituzionalità del reddito di cittadinanza si ritrova
nell'articolo 3 comma 2, tramite il principio di uguaglianza
sostanziale, ovvero gli strumenti di attuazione apportati dallo Stato
per rendere realmente perseguibili le consegne dell'articolo 3 comma
1, ovvero del principio di uguaglianza formale. Il reddito di
cittadinanza entra in questo modello, ma solo a patto che vengano
contemporaneamente perseguite le consegne dell'articolo 4 della
Costituzione, e della Costituzione economica, altrimenti esso si
trasformerebbe in uno strumento di controllo di massa, per far
accettare politiche economiche liberiste, esattamente come quelle che
stiamo vedendo oggi. Sarebbe anche questa una cosmesi "cambiare
perché nulla cambi". Senza dimenticare l'impostazione
costituzionale fondata sul lavoro, che senza il presupposto
precedentemente fissato, andrebbe ad avverare le parole di un altro
padre costituente, Mortati, tramite un'interpretazione che farebbe
rientrare il reddito di cittadinanza sotto l'involucro che lui chiamò
"risarcimento per mancato procurato lavoro".
Siamo
sicuri che i trattati europei siano conformi con l'articolo 4 e la
Costituzione economica, visti i continui smantellamenti dei diritti
sul lavoro e del welfare in generale? In ultimo: sono i trattati che
sono legittimati dalle Costituzioni nazionali degli Stati membri (nel
nostro caso, l'articolo 11), e non il contrario; per questo le fonti
di diritto europeo non possono essere gerarchicamente ritenute di
rango superiore a una Costituzione.
L'articolo
11 che parla di LIMITAZIONI di sovranità, in condizioni di parità,
in nome della pace e della giustizia tra le Nazioni, e non di
CESSIONI. Ciò significa che l'adesione dell'Italia è subordinata
alla periodica rivisitazione dei vincoli dei trattati o alla presenza
di una clausola di recesso.
Vorrei
ricollegarmi anche alla riforma costituzionale, con l'ingresso per la
prima volta dell'entità "Unione Europea" all'interno della
Costituzione, ma per oggi la chiudiamo qui. Spero che il peso del "vincolo esterno" ora vi sia chiaro. Siete ancora sicuri che il problema dell'Italia sia il NO della giunta Raggi a Roma 2024?
All'interno di quest'articolo vorrei, finalmente, ritornare a trattare un tema che nel mio blog ho seguito a lungo, questo tema è l'Euro. Effettivamente sto scrivendo meno in questo periodo, ed ho accantonato l'informazione economica personale, per dedicarmi ad altre letture di tipo differente.
Tuttavia, il richiamo dell'economia è sempre forte, quindi a breve tornerò a leggere libri su questa materia.
Ragionando un po' ho scoperto comunque una chiave di lettura differente, che non avevo mai raggiunto prima nei miei articoli. Vorrei esporvela in breve qui.
Sappiamo che, un Stato sovrano interno all'Unione Europea, che comunque non abbia ancora adottato la moneta unica, è fornito di una deroga a tempo determinato. In aggiunta, dopo i nuovi accordi raggiunti tra le istituzioni dell'Unione Europea ed il governo britannico, sappiamo che questi accordi sono addirittura prorogabili. Teoricamente, quindi, la deroga ha comunque una scadenza fissata, nella quale lo Stato sovrano dovrà arrivare al dunque e fare una scelta, in una direzione o nell'altra.
Mi pare di comprendere che, l'adozione della moneta Euro per i paesi interni all'Unione Europea, ma comunque ancora forniti della propria moneta sovrana nazionale, non risulti essere un obbligo imprescindibile, ma semplicemente una facoltà d'esercizio di un diritto.
Questo significa che, lo Stato sovrano quando arriverà al dunque potrà prendere una decisione, attraverso strumenti democratici previsti dalla legislazione vigente
Per questo, sono arrivato a pormi una problematica che non mi ero mai posto prima, che è la seguente: perché, allora, non è valido il ragionamento inverso?
Mi spiego meglio con un esempio.
Se io, Stato sovrano X, interno all'Unione Europea ma con facoltà d'adozione della moneta unica Euro posso facoltativamente decidere di esercitare o non esercitare questo diritto, allora perché io, Stato sovrano Y, interno all'Unione Europea ed interno anche al sistema dell'Eurozona non posso decidere di uscire dall'Eurozona pur rimanendo dentro l'Unione Europea come Stato avente moneta sovrana nazionale?
E' una problematica davvero interessante questa, e da non sottovalutare.
Perché, qualora questo ragionamento non fosse esatto, significherebbe semplicemente che, una volta terminata la deroga agli Stati aderenti all'Unione Europea, ma esterni al sistema dell'Eurozona, essi verrebbero espulsi dall'Unione Europea.
Tuttavia, io non conosco nessuna norma che esponga queste tesi!
Conosco semplicemente l'articolo 50 del Trattato di Lisbona, che poi non è nient'altro che una Costituzione Europea sotto forma di Trattato, in modo da aggirare i referendum popolari, che fecero precedentemente saltare il progetto della Costituzione Europea.
L'articolo 50 permette, ad uno Stato appartenente all'Unione Europea, di uscire dall'Unione.
Vi allegherò il testo dell'articolo 50 al termine dell'articolo.
Quindi, le domande finali sono:
1) SI POTREBBE USCIRE DALL'UNIONE EUROPEA?
Sì, uno Stato può uscire dall'Unione Europea, attraverso l'applicazione dell'articolo 50 del Trattato di Lisbona. Qualora volesse rientrarci in un momento successivo all'uscita, attraverso accordi negoziali differenti, dovrà farlo utilizzando l'articolo 49 del Trattato di Lisbona, che contiene la procedura di richiesta d'accesso.
2) SI POTREBBE USCIRE DALL'EURO STANDO NELL'UNIONE EUROPEA?
Questa è la domanda delle domande e, soprattutto, la risposta delle risposte. Stando al mio ragionamento, la risposta dovrebbe essere affermativa, perché non avrebbe senso studiare una condizione che agisce in un modo nel momento dell'adozione dell'Euro, offrendo facoltà d'esercizio di un diritto e non un obbligo d'esercizio a scadenza del termine prefissato, e che invece non agisce in modo contrario nel momento in cui uno Stato volesse recedere.
Specifico che Draghi, su specifica domanda degli Europarlamentari del Movimento 5 Stelle, ha dichiarato l'Euro un processo irreversibile.
Quando un processo è irreversibile, significa che non c'è più l'applicazione della democrazia, in quanto un popolo, attraverso la sua volontà potrebbe in un futuro decidere di voler percorrere una strada differente per il suo sviluppo, e l'irreversibilità è contraria a questo possibile processo democratico.
Eccovi l'articolo 50, alla prossima!
ARTICOLO 50 DEL TRATTATO DI LISBONA
1. Ogni Stato membro può decidere, conformemente alle proprie norme costituzionali, di recedere dall'Unione.
2. Lo Stato membro che decide di recedere notifica tale intenzione al Consiglio europeo. Alla luce degli orientamenti formulati dal Consiglio europeo, l'Unione negozia e conclude con tale Stato un accordo volto a definire le modalità del recesso, tenendo conto del quadro delle future relazioni con l'Unione. L'accordo è negoziato conformemente all'articolo 218, paragrafo 3 del trattato sul funzionamento dell'Unione europea. Esso è concluso a nome dell'Unione dal Consiglio, che delibera a maggioranza qualificata previa approvazione del Parlamento europeo. 30.3.2010 Gazzetta ufficiale dell’Unione europea C 83/43 IT.
4. Ai fini dei paragrafi 2 e 3, il membro del Consiglio europeo e del Consiglio che rappresenta lo Stato membro che recede non partecipa né alle deliberazioni né alle decisioni del Consiglio europeo e del Consiglio che lo riguardano. Per maggioranza qualificata s'intende quella definita conformemente all'articolo 238, paragrafo 3, lettera b) del trattato sul funzionamento dell'Unione europea.
5. Se lo Stato che ha receduto dall'Unione chiede di aderirvi nuovamente, tale richiesta è oggetto della procedura di cui all'articolo 49."